Identità di genere e ruolo genitoriale
IDENTITA’ DI GENERE E RUOLO GENITORIALE
( Dal maschio nuovo al nuovo padre)
Gianpaolo Petrucci
Il mio è un intervento ‘di parte’, in quanto maschio, in quanto padre, in quanto cinquantenne.Di parte non vuol dire in contrapposizione ad altri, ma semplicemente che le riflessioni che voglio esprimere partono dalla mia esperienza diretta, e quindi dal mio punto di vista.
La mia generazione di uomini, quelli nati negli anni ’50 tanto per intenderci, è quella che ha attraversato ancora imberbe la contestazione sessantottina dell’autorità paterna, che ha sognato con entusiasmo di cambiare il mondo e la società, che ha vissuto la militanza politica come protagonismo eroico e senza limiti, che ha dichiarato come slogan il principio che ‘il privato è politico’. Durante gli anni ’70 poi, nel tempo dell’incontro con il mondo femminile e della progettazione o realizzazione di un progetto di coppia, la mia generazione si è dovuta confrontare con la rivoluzione femminista. Qualcuno si è adattato, se pur con qualche sforzo, qualcun altro ha tentato di cavalcarla esaltandola a parole ma riaffermando nei fatti nuove forme di maschilismo, qualcuno infine ne è stato travolto alimentando e covando rabbia di rivincita.
La paternità, per coloro che hanno scelto di avventurarsi in questa strada, si è affacciata attorno agli anni ’80. E qual è stato lo stereotipo del padre in quel periodo? Senza cadere in facili generalizzazioni, mi sembra di poter delineare alcune caratteristiche in cui gli uomini di allora potevano riconoscersi. Tendenti al permissivismo con i figli, con l’avallo autorevole dei testi del pediatra americano Benjamin Spock , ma frustrati e pieni di rabbia quando non si sentivano riconosciuti nel ruolo di ‘capofamiglia’ ereditato, anche se contestato, dei propri padri. Accondiscendenti, e talvolta paternalisti, nei confronti della donna, ma impotenti o, al contrario, violenti, quando questa passava dalla pura rivendicazione alla realizzazione della propria autonomia. Convinti di doversi confrontare con il proprio aspetto emotivo e la propria parte femminile, ma incapaci di entrare in contatto veramente con le proprie emozioni e di accettare anche le proprie zone d’ombra, assumendo talvolta l’aspetto caricaturale del cosiddetto ‘mammo’ con i propri figli. Ne viene fuori insomma il ritratto di un uomo indeciso e confuso, che ha perso le caratteristiche delle generazioni precedenti, rassicuranti perché certe e riconosciute socialmente, senza aver delineato ancora una nuova identità di genere. E dove sono ora gli uomini che hanno superato i cinquant’anni entrando nel nuovo millennio?
Mi guardo attorno e colgo, in mezzo a tante contraddizioni, alcuni segni positivi. Si inizia ad elaborare, individualmente e collettivamente, l’esigenza di riappropriarsi in termini nuovi della propria identità maschile, come ‘altra’, ma non superiore o inferiore, rispetto a quella femminile. Matura il riconoscimento di un rispetto nei confronti della donna e dei suoi mille percorsi di autonomia, cercando di superare recriminazioni e vittimismi, pur con qualche rigurgito violento di rabbie e frustrazioni. Aumenta la consapevolezza nella esplorazione del proprio mondo emotivo, la valorizzazione degli spazi di intimità familiare come valore in sé, e non come valvola di sfogo o luogo di ricarica per riprendere il nostro impegno ‘fuori’ , dove possiamo ‘fare le cose importanti’, farci apprezzare ed incidere concretamente nella società. Siamo posti di fronte alla necessità di prenderci cura di altre persone (in questo caso non più i figli, ma i propri genitori anziani, quando sono ancora viventi), confrontandoci con la dimensione del limite e con la dipendenza, aspetto simmetrico alla indipendenza ed ineliminabile in ogni tipo di relazione. E nei confronti dei figli, adolescenti o adulti e addirittura genitori a loro volta?
Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di essere stati per loro, nel bene e nel male, dei modelli di riferimento con il nostro comportamento: non possiamo defilarci o cercare scuse. Possiamo scegliere di esercitare il potere di ‘influire’ piuttosto che di ‘comandare’. Proviamo a ‘raccontarci’ ai nostri figli, partendo dalle nostre esperienze. Addentriamoci nel mondo delle emozioni. Sosteniamoli nei loro progetti senza imporre i nostri; facciamoli camminare con le loro gambe, ed anche commettere errori, facendo sentire però la nostra vicinanza. Poniamo infine insieme con loro le fondamenta perché i loro figli, e nostri nipoti, possano vivere in una società in cui maschile e femminile siano uguali nella diversità, ed i rapporti fra genitori e figli siano fondati sul riconoscimento non solo dei ruoli reciproci, ma anche dei bisogni, delle emozioni, dei desideri.


